La miglior cover di sempre: Heartbreak Hotel di John Cale

Coverizzare un brano musicale è spesso un’operazione “faustiana”, teatrale. John Cale, nel biennio 74-75, con un colpo di teatro uccide, metaforicamente parlando, il re del rock’n’roll Elvis Presley realizzando una cover a tinte dark, glam di “Heartbreak Hotel”: nella copertina di “Slow Dazzle” (1975) - disco che contiene la versione studio del pezzo - Cale sembra quasi assomigliare al Winslow Leach di “Phantom of Paradise” (1974), il cantante, songwriter che ha venduto la propria anima artistica al produttore discografico della Death Records (interpretato da Paul Williams). Similarmente l’ex Velvet Underground si impossessa dello spirito del brano di Presley per stravolgerlo: il rock’n’roll standard e prima hit nazionale di Elvis (1956), che narra le delusioni amorose di un ragazzo suicida, diventa la straziante, desolante messa in scena di un incubo orrorifico in chiave glam, quasi un rito collettivo funerario: dalla prima persona singolare del brano originale si passa alla prima e terza plurale, “could be so lonely/we could die”. Vittima del massacro di Cale è il rock destinato a morire, sul viale del tramonto come un re Elvis decaduto, pallida controfigura del rockstar degli anni andati o come un Marc Bolan, simbolo ormai spento, imbolsito del glam rock inglese. Entrambi - curiosamente - moriranno nel 1977, l’anno del punk. L’operazione di John Cale è quindi quasi metamusica. Oltre le note, oltre le parole, oltre gli arrangiamenti, cattura lo spirito di un’epoca: la decadenza del rock’n’roll. Un unicum. La miglior cover di sempre.



Monica Mazzoli

( 2020-01-26 )