Daniel Davies - Signals (Sacred Bones, 2020)

Daniel Davies Signals

La musica per il cinema è da sempre campo per battitori liberi: territorio di sperimentazioni, di ricerca. Un nome che viene in mente, spesso, è quello di John Carpenter, regista che per le musiche dei propri film ha creato in maniera artigianale, DIY un proprio suono: synth horror dai toni spettrali, apocalittici. Daniel Davies, sebbene abbia il cognome british pop, "kinsiano" per eccellenza (stessi geni di Dave Davies, d'altronde), è figlioccio e collaboratore di John Carpenter: cresciuto fin da piccolo con le orecchie immerse nelle note di Wendy Carlos, Vangelis e Bernard Herrmann, si muove da anni nel solco della "tradizione" della soundtrack music del maestro dell'horror sociopolitico. "Signals", suo disco da poco pubblicato dalla Sacred Bones Records, porta all'estremo lo spirito sperimentale carpenteriano della musica per cinema: non è una colonna sonora per film ma potrebbe esserlo. Davies è però libero - ovviamente - dalle suggestioni visive delle immagini cinematografiche: non essendo limitato dai confini narrativi di una storia, prova nuove intuizioni giocando soprattutto sulla forma, sulla struttura delle composizioni, imprevedibili come il paesaggio incerto, sospeso nell’aria dell’artwork del disco curato da Jesse Draxler. Un’esaltazione dei contrasti, della ricerca - avvolta dall’indeterminatezza - di nuove direzioni: melodie che nascono da droni, synth spigolosi. L’armonia nasce dall’inquietudine. D’altronde Davies ha dichiarato, “uno dei concetti principali per questo album è stato lavorare con la sensazione di incertezza. L'arte di Jesse lo illustra perfettamente con le sue forme dirompenti. All'inizio sono estranee ai paesaggi in cui vivono, ma col tempo ci si abitua, ci si adatta. Gli oggetti estranei ci costringono ad evolvere, ad accettare e a vivere con l'incertezza che creano” e “mentre realizzo le musiche per film, mi metto al servizio della visione del regista e mi concentro sul racconto di una storia specifica. Quando lavoro a un album, sono libero di creare la mia narrazione e di essere più sperimentale”. “Signals”, senza dubbio, è un disco con una narrazione ricca di spunti. Da scoprire.



Monica Mazzoli

( 2020-04-18 )