[Top 7] Oltre la cortina di ferro pt.2

Top 7 "sovietica" - pubblicata su Kalporz - in occasione del centenario della Rivoluzione di Ottobre :

fotogramma tratto da “Vtáčkovia, siroty a blázni” (1969) – in italiano “Gli orfani, gli uccelli e i pazzi” – film cecoslovacco diretto da Juraj Jakubisko

Per recuperare la prima parte: qui

3. The Matadors, "Extraction"

The Matadors, tra gli esponenti più interessanti dell'ondata beat cecoslovacca, sono tra le band che arrivano a pubblicare - cosa non facile - una serie di singoli, EP e un disco omonimo (uscito nel 1968). Inizialmente noti come Fontana (The Fontanas), cambiano poi nome in Matadors, quando - nel 1965 - il manager e primo batterista Wilfried Jelinek stila un accordo di sponsorizzazione con un produttore di strumentazioni musicali, F. A. Böhm di Klingenthal (Germania Est, all'epoca). L'organo, modello Matador, diventa quindi un elemento centrale del suono del gruppo: esempio n'è il lato A - "Malej zvon, co mám" - del primo singolo edito nel 1966. La formazione - composta da Radim Hladík (chitarra), Otto Bezloja (basso), Jan "Farmer" Obermayer (prima sax e poi organo), Miroslav Schwarz (batteria - conosciuto come Tony Black) - nel corso della sua storia ha due cantanti : Karel Kahovec e Viktor Sodoma (già nei Flamengo). E con quest'ultimo, vero e proprio animale dal palco, fanno anche qualche concerto in Occidente (Svizzera e Belgio) e pubblicano il primo e unico 33 giri a nome Matadors, contenente tutti brani cantati in inglese : c'è spazio per alcune cover - "My Girl", "I'm So Lonesome", "It's All Over Now, Baby Blue" - e per canzoni originali caratterizzate da una sintesi, particolare e non banale, delle proprie influenze beat e garage. E non è un caso, quindi, che la traccia di apertura - "Get Down From the Tree" - sia finita nel box set della Rhino Records, "Nuggets II (Original Artyfacts From The British Empire And Beyond 1964-1969)". "Extraction", forse il pezzo migliore del disco, è l'apice psichedelico dell'LP : brano strumentale che si estende per sei minuti (la traccia più lunga del vinile) e dalle forte tinte acide.



2. The Plastic People of the Universe, "Podivuhodný mandarin"

I cechi The Plastic People of the Universe, non definibili come band nella classica definizione del termine, sono un collettivo - dallo spirito anarchico - di musicisti (in senso lato), artisti e intellettuali. Nati da un'idea di Milan Hlavsa nel 1968 come gruppo rock psichedelico, prendono il nome da un brano contenuto in "Absolutely Free" degli zappiani The Mothers of the Invention. Sono inizialmente accettati dalla legge, almeno fino al 1970, quando viene revocata la licenza di musicisti, necessaria per essere considerati artisti professionisti e suonare (un po' come lavorare) pubblicamente e ufficialmente. Spesso considerati come band politica e politicizzata, una sorta di dissidenti, sono - nella realtà dei fatti e delle cose - un gruppo di persone che non accetta e ha mai accettato le regole del gioco della cultura ufficiale, volendo sempre agire nella più totale libertà, come hanno più volte raccontato i diretti interessati, ovvero il già citato - e membro fondatore - Milan Hlavsa e il sassofonista, nel periodo 1973-82,Vratislav Brabenec :

"I Plastic People sono emersi come altre decine e centinaia di band - amavamo semplicemente il rock'n'roll e volevamo essere famosi. Eravamo troppo giovani per avere una chiara ambizione artistica. Tutto quello che facevamo era pura intuizione, senza affatto nessuna nozione o ambizione politica." (Milan Hlavsa in un'intervista fine anni novanta, leggibile sul sito del giornalista Richie Unterberger)



"La nostra identità, come band, aveva a che fare con la poesia, non con la politica. Eravamo più artistici che politici. Sono uno di quelli, le cui azioni culturali, non politiche, furono sufficienti a rendermi sovversivo. I politici ci hanno reso officiali, essendo offesi da quello che facevamo e dalla musica che suonavamo. Non so quanti musicisti nei tempi moderni siano stati messi in prigione perché la loro musica offendeva le autorità ma siamo tra loro. E sebbene adesso sia più rassicurante per noi, siamo ancora culturalmente e artisticamente dissidenti contro la norma." (Vratislav Brabenec intervistato in un'articolo dell'inglese The Guardian, 2009)


Senza licenza da musicista professionisti i Plastic People of the Universe operano a livello underground suonando nelle occasioni più impensabili, casuali e sotterranee - feste, matrimoni e altri eventi simili - e hanno dalla loro un gruppo di persone, che li aiuta e sostiene : Ivan Martin Jirous (noto anche come Magor), storico dell'arte e critico culturale, è la mente programmatica, direttore artistico del progetto Plastics - è lui che fa conoscere i dischi di Captain Beefheart, Fugs e Zappa al gruppo - e poi ideatore del Festival Musicale della Seconda Cultura, organizzato per tre edizioni nei villaggi della Boemia - il primo settembre 1974, il 21 febbraio 1976 e il primo ottobre 1977 - e con l'obiettivo di contrapporre una "seconda cultura" alla "prima" (quella ufficiale); Vaclav Havel , drammaturgo d'avanguardia, è redattore, dopo l'arresto e condanna di alcuni componenti dei Plastic People of the Universe, della lettera-manifesto Charta 77 per il rispetto dei diritti umani e, poi, nella sua casa di campagna ospita più volte la band, che suona e registra diversi dischi nel suo granaio; Paul Wilson, giovane professore di inglese e vocalist nella band per un breve periodo (1970-1972), trasferitosi in Canada pubblica con la sue etichetta di Toronto, la Boží Mlýn Productions, i dischi dei Plastic People of The Universe anni settanta e ottanta, registrazioni di bassa qualità ma che testimoniano la vitalità creativa di musicisti come Jiří Kabeš (che suona la viola, strumento che accomuna i Plastic con i Velvet Undergound), Vratislav Brabenec (sax), Josef Janíček (piano elettrico, vibrafono) e tanti altri (impossibile nominarli tutti) : autori di qualcosa di difficile catalogazione, un incrocio abrasivo e psichedelico di tendenze sperimentali e d'avanguardia, con il cantato in cieco (voluto espressamente da Paul Wilson). Grazie a Jirous, Havel e Wilson e tanti altri sostenitori il collettivo riesce, quindi, a portare avanti - anche se in maniera travagliata e illegale - le proprie idee artistiche, almeno fino a fine anni ottanta: quando, per dissidi creativi, il gruppo si spacca in due. Una parte - Milan Hlavsa, Josef Janíček, Jiří Kabeš - forma i Půlnoc - che apriranno anche il concerto parigino di reunion dei Velvet Underground nel giugno 1990 - e l'altra mantiene il nome PPU. Nel 1997, però, per l'anniversario della Charta 77, i Plastic People of the Universe si riuniscono e, ormai in maniera ufficiale, continuano ancora oggi a fare musica, seppur con una formazione totalmente diversa. "Podivuhodný mandarin" fa parte del primo disco della band, "Egon Bondy's Happy Hearts Club Banned" (evidente il riferimento ironico all'LP dei Beatles), pubblicato nel 1978 in Francia e contenente registrazioni casalinghe del periodo 1973-1974. I brani, con i testi composti da poesie di Egon Bondy (vero nome Zbyněk Fišer), fotografano la follia compositiva dei Plastic People of the Universe, che non hanno mai suonato con l'idea di entrare in studio (cosa che non hanno mai avuto) e fare un disco. L'album esce, infatti, a insaputa del gruppo.




1. Yuri Morozov, "Neizyasnimoe"



Yuri Morozov è stato forse il personaggio più importante dell'underground russo : polistrumentista e ingegnere del suono ha registrato una serie infinita di dischi, oltre la quarantina. Molti dei quali circolati segretamente durante il regime sovietico. All'inizio registra in casa e, dal 1976 in poi, sceglie di incominciare a realizzare i propri brani nello studio dove lavora. L'orario migliore è quello della sera, tre o quattro ore fino alla mezzanotte. La musica di Morozov ha mille sfumature sonore - dalla psichedelia al jazz (è il caso di "Jazz at Night", 1978), dall'elettronica all'hard rock (si senta un brano come "Кретин") - ma si caratterizza per una forte spiritualità e misticismo, come racconta lo stesso musicista nel documentario a lui dedicato, "The Rock-Monoloque. Yuri Morozov" (2007), diretto da Vladimir Kozlov:
"La cosa più importante che mi ha colpito alla testa, all'età di sedici anni, e non mi ha mai lasciato nella mia vita è la musica. Dentro di me, fin dall'inizio, la musica è stato connessa a qualcosa di mistico e spirituale. Non sono mai stato attratto dalla musica pop, da quelle che chiamano hit. Non ho mai avuto nessuna hit, nel senso comune della parola".

E ancora:

"Quando salivo sul palco, non pensavo alle ragazze e all'alcol ma a come creare una finestra nel cielo con la mia musica. E tutto questo non interessa alle persone..."

"Neizyasnimoe" (1978), distribuito di contrabbando in cassetta e mai pubblicato ufficialmente su vinile, è diviso in cinque parti : tracce strumentali, fortemente immaginifiche, orientate verso l'elettronica dei corrieri cosmici tedeschi ma che contengono al proprio interno sfumature sonore dalle molteplici sfaccettature : l'intro di qualche secondo con la balalaika e la conclusione heavy psych della terza parte; le vibrazioni funk della quarta parte.





Monica Mazzoli

( 2019-09-24 )